Già, mi spiace, un altro articolo sull’AI.
Che ci vuoi fare, è un must al giorno d’oggi. Ormai troviamo riferimenti all’AI ovunque, in ogni prodotto, pubblicità, richiesta. Ogni persona che vuole darsi un tono parlerà dell’AI in qualche modo, chiedendo di usarla anche a sproposito.
Il vero problema è un altro: quando dico AI, di preciso, tu a cosa pensi?

Perché il punto critico è proprio quello: diciamo che tu voglia fare un viaggio in Giappone (che ora va tanto di moda) ed esca l’amico esperto di tecnologia che ti dice: “Ma cosa fai? Cerchi ancora su Google? Quanto sei antiquato, adesso c’è l’AI. Usa l’AI per il tuo viaggio in Giappone.”
Grazie, amico tecnologico, ma di quale AI stai parlando?
Perché probabilmente non sai che l’AI non è tutta uguale. Non cambia solo la “marca” (ChatGPT, Gemini, Claude, etc…), ma anche il “modello”.
Cambia quello che puoi chiedergli, il modo in cui lavora e soprattutto il livello di autonomia che può avere, rendendo ogni AI un mondo a sé stante. E capire queste differenze sta diventando sempre più importante.
AI Generativa (quella che conosciamo tutti)

L’AI Generativa è quella che vi sarà capitato di usare più spesso.
Tornando all’esempio di prima: apri ChatGPT, gli dici “Voglio fare un viaggio in Giappone” e subito inizia a scrivere righe su righe di informazioni. Ovviamente, lodandoti per l’Ottima idea 😊 e suggerendoti inevitabilmente di vedere l’incrocio di Shibuya.
Quindi, ridotto ai minimi termini, l’AI Generativa prende un input e butta fuori un output.
Ma bisogna capire come, perché è quella la parte interessante.
Sbirciando dietro la tenda del mago, scopriamo che quello che fa è simulare l’intelligenza: utilizza dei modelli predittivi per decidere la risposta più plausibile, valutando qual è il pezzo di testo successivo che ha più senso nella frase.
Già, mi spiace darvi questa triste notizia: non sono davvero intelligenti, fingono e basta! (probabilmente, come il vostro amico tech)
Sia chiaro che questo non la rende inutile, anzi. Questo meccanismo la rende molto efficace in sintesi, brainstorming, generazione di immagini e traduzioni.

Però ha i suoi limiti: non agisce nel mondo reale.
Chiedendole del viaggio in Giappone ti suggerirà le città da visitare, creerà itinerari, consiglierà hotel e proporrà attività interessanti da fare in viaggio. Ti dice cosa fare, ma lascia a te l’onere di prenotare voli e alberghi.
Agenti AI (iniziamo a entrare nel mondo reale)
Ed è qui che cominciano i malintesi: non perché le differenze siano poche, ma perché è proprio qui si crea la confusione.

Quando si parla di un Agente AI non dobbiamo immaginarci qualcosa di troppo diverso da quello di cui parlavamo prima: è sempre una chat in cui scriviamo qualcosa e riceviamo una risposta di qualche tipo.
Ma proprio in quel “qualche tipo” sta la differenza.
Se scriviamo a un Agente AI: “Voglio fare un viaggio in Giappone”, questo potrà:
- Cercare i voli
- Confrontare i prezzi
- Creare un itinerario
- Prenotare l’albergo
Abbiamo uno strumento che non solo ci dice cosa fare, ma che (nei limiti delle sue capacità) lo fa per noi.
Questo perché combina l’AI Generativa con strumenti che gli permettono di interagire con elementi esterni (il browser, calendari, terminali, servizi online, etc…). Quindi non stiamo parlando di una AI Generativa con occhiali e baffi finti, ma di un AI che integra le funzionalità di base con la possibilità di muoversi nel “mondo reale”.
Anche qui, come sempre, c’è il rovescio della medaglia: ancora non capisce davvero, non prende decisioni umane, sbaglia e può capire male le richieste.
Più autonomia vuol dire sempre più rischio.
E proprio perché inizia ad agire al posto nostro, è bene capire cosa sta facendo e perché, giusto per evitare di ritrovarci ad Osasco, provincia di Torino, invece che Osaka, in Giappone.
AI Agentica (l’ultima frontiera)
Ora parliamo di AI agentica. Immagino già la tua confusione: “Ma scusa, questo non è quello di prima?”
In breve: no. Esteso: no, è davvero tutt’altra cosa.

È come paragonare il solista con il direttore d’orchestra.
Ancora una volta, se diciamo a questa tipologia di AI “Voglio fare un viaggio in Giappone”, ecco cambia di nuovo anche il risultato.
Non solo cerca i voli e li prenota, monitora e aspetta i prezzi migliori.
Non solo organizza l’itinerario, lo cambia in base al meteo e alle disponibilità.
Non solo pianifica il viaggio, reagisce agli imprevisti e si muove di conseguenza.
Qui entra in gioco un concetto diverso: non abbiamo più una singola richiesta che genera una singola azione, ma un sistema che coordina più attività contemporaneamente verso un obiettivo finale.
Proprio in questo sta il punto di forza. L’AI Agentica orchestra altri Agenti AI: non c’è più il classico schema “una richiesta = una risposta”, ma iniziamo a parlare di catena continua di decisioni e azioni.
Legge “Voglio fare un viaggio in Giappone”, ma in realtà deduce:
- Dove voglio andare
- Il periodo più plausibile
- Il budget stimato
- La durata ideale
- Preferenze implicite
E fa partire un agent diverso per ogni cosa: uno che monitori i prezzi dei voli, uno che coordini l’itinerario, uno che verifichi il meteo, e così via.
Ma qui sta la differenza cruciale: il singolo agente AI svolge bene il compito che gli hai assegnato, sempre restando limitato al suo “orticello”. Un sistema agentico, invece, coordina più agenti in autonomia e decide da solo quali azioni servono per arrivare all’obiettivo finale.
Così, se quello del meteo segnala un tifone a Tokyo, non si limita a riportarti l’informazione: attiva gli altri agenti coinvolti e riorganizza l’itinerario, anticipando o posticipando la visita alla città.
E con queste differenze, che ci faccio?

Domanda assolutamente legittima: quello che ho detto suona tanto come roba da esperti del settore, non da persona comune che vuole fare un viaggio.
In realtà saperlo ci aiuta a scegliere lo strumento giusto per il compito giusto: non ha senso sprecare la potenza di un’AI Agentica per un riassunto di un articolo, come non ha senso mettere sotto stress un’AI Generativa per farle fare quello che non le riesce bene. L’unico risultato è finire a insultare un box di testo. Penso si possa investire meglio il proprio tempo.
E non solo: la differenza chiave, credo ormai sia chiaro, è l’autonomia.
Per anni abbiamo chiesto ai software di aiutarci a fare qualcosa. Ora stiamo iniziando a chiedergli di farlo al posto nostro.
Stiamo lentamente passando da “dimmi cosa fare” a “fallo per me”.
Sia chiaro, non è qualcosa di sbagliato, è solo un modo diverso di gestire la tecnologia e, proprio per questo, è bene capire le differenze ed essere informati.
Quindi basta usare la parola “AI” come un passepartout che ci fa risolvere ogni problema con i computer. L’AI è uno strumento vario e complesso, e dobbiamo capire quando conviene che ci dica cosa fare e quando conviene che gli deleghiamo il lavoro.
E con un po’ di fortuna finiremo ad Osaka, in Giappone, e non ad Osasco.
(Che comunque, ha tome, polenta e Nebbiolo, quindi parliamone!)
