Negli ultimi mesi ti abbiamo parlato spesso di accessibilità: nuove norme di legge, ESG e accessibilità, la partnership con “Siti Accessibili “ e infine il nostro webinar sull’accessibilità come opportunità di business. E come noi tanti altri stanno affrontando questi argomenti. È attualità, è giusto che tanti ne parlino.
Ma quello su cui solitamente non si calca abbastanza la mano è il come.
Tante aziende, prese in contropiede dall’urgenza dell’European Accessibility Act, hanno pensato di risolvere tutto mettendo un bel widget nel footer del loro sito. O qualche tipo di overlay. O una toolbar che rimette tutto in ordine con il superpotere magico dell’AI.
E, se devo essere sincero, è anche comprensibile.
Quando esplode una nuova normativa come questa, succede che tutti comincino a parlarne e a proporre soluzioni. Se si ha fortuna, si riesce a parlare con chi di quel problema se ne occupava anche prima del boom, ma ci sono anche tanti che cercano solo di cavalcare l’onda.
L’utente che sta cercando di raccapezzarsi valuterà la soluzione non solo in base alla competenza, ma anche in base a costo e velocità.
Forse è un po’ triste, ma è vero, lo facciamo tutti in ogni ambito.
Però va detto che, se l’accessibilità si risolvesse con un widget, il web sarebbe già completamente accessibile da vent’anni.
Questo perché non è semplicemente una cosa che poggiamo sui siti, l’accessibilità deve essere parte integrante del progetto perché funzioni davvero.

Quando l’accessibilità diventa marketing
Il punto è che oggi l’accessibilità è diventata un tema centrale.
Molto bene per chi ne parlava già da prima di giugno 2025, che vede finalmente un criterio etico (oltre che strutturale e funzionale) portato al centro dell’attenzione.
E anche per chi ha colto la palla al balzo per risolvere la questione con scorciatoie e mezze soluzioni:
“Per noi l’accessibilità è fondamentale: abbiamo aggiunto strumenti dedicati per aiutare anche gli utenti con esigenze speciali a navigare il sito in autonomia.”
Frasi come queste si leggono sempre più spesso online.
Si tratta di un fenomeno che non è per niente nuovo, specie nell’ambito delle aziende (purtroppo, spesso quelle parecchio grosse). È la stessa differenza che avevamo visto tra aziende davvero interessate alla sostenibilità e quelle che semplicemente facevano greenwashing.
Ecco il termine giusto: si tratta di accessibility washing.
Quando un prodotto comunica accessibilità senza offrire un’esperienza realmente accessibile, quella è accessibility washing.
Così come non basta dichiararsi sostenibili e mettere sul sito una pagina tutta verde, non basta aggiungere un badge o un overlay per rendere accessibile un sito.

Cosa fa il widget?
Innanzitutto, voglio essere chiaro: non è completamente inutile.
I widget che vengono inseriti solitamente nel sito hanno tantissime opzioni attivabili, risolvono alcuni dei problemi più rilevanti per una navigazione accessibile e, in alcuni casi, categorizzano le tipologie di disabilità per semplificare l’attivazione di tutte le opzioni giuste.
Ah, giusto, dimenticavo la parte più interessante per le aziende: solitamente non è troppo esoso come investimento economico ed è facile da installare.
Ora, mio malgrado (ma non troppo), devo dirvi quello che non fa. O meglio, dove non funziona come dovrebbe.
Spesso i widget offrono dei TTS, ovvero sistemi che leggono la pagina per le persone non vedenti o ipovedenti. Il punto è che questo tipo di utenza solitamente ha già il proprio TTS su tutti i dispositivi, già configurato con lingua, velocità e che sono abituati a usare. Perché dovrebbero usare quello che gli viene dato con il widget?
Inoltre, quella che sembra una comodità come categorizzare le disabilità è una trappola involontaria. L’accessibilità serve a molte più persone di quanto si pensi, perché riguarda tutti noi, in momenti e condizioni diverse.
Se sto guardando il telefono a mezzogiorno, all’aperto, col sole a picco, ho bisogno che i contrasti siano forti.
Mia nonna non è disabile, è solo anziana, e vi posso assicurare che beneficia di testi più leggibili e interfacce più semplici, anche se non usa tecnologie assistive.
Infine, c’è il punto più critico: questi sistemi si appoggiano su siti finiti, chiusi e pubblicati. Se l’errore di accessibilità non è semplicemente il contrasto colori, ma l’idea stessa del sito, ecco che il widget smette di funzionare. Con tutto l’affetto che posso avere per un widget, risolvere problemi strutturali è chiedere troppo per un pezzettino di trenta righe di codice.
E, cercando di restare il più neutrale possibile, vi riporto anche questa informazione.
Nel 2025 la FTC statunitense ha sanzionato accessiBe con una multa da 1 milione di dollari per pratiche considerate ingannevoli rispetto alle reali capacità del prodotto.
Il caso ha attirato l’attenzione di aziende e professionisti, aprendo un dibattito più ampio sull’idea che l’accessibilità possa essere o meno risolta automaticamente.
Quindi, da un certo punto di vista, grazie accessiBe.

Cos’è davvero l’accessibilità
Non voglio solo bastonare indiscriminatamente, ci tengo anche a dare degli spunti costruttivi alla discussione.
Il sito accessibile non è “magico”, è solo un sito progettato bene.
È chiaro da leggere, semplice da navigare, prevedibile nei comportamenti e robusto anche quando viene utilizzato in condizioni non perfette.
E se vi sembra che questi requisiti siano quelli di un qualsiasi sito, accessibile o no… beh, avete ragione!
Sicuramente c’è da mettere più attenzione su certi punti specifici (contrasti, dimensioni, leggibilità e chiarezza dei testi), ma il punto chiave è che bisogna progettare il sito con il preciso intento di renderlo il più semplice possibile nell’utilizzo.
Molte delle modifiche, tra l’altro, non sono direttamente visibili agli utenti, quindi non intaccheranno l’estetica.
Vi porto qualche esempio un po’ tecnico, ma provo a renderlo il più accessibile possibile.
- Se un testo è in inglese, in mezzo ad una pagina italiana, basta mettere un piccolo pezzo di HTML e lo screen reader lo capisce.
- Se un blocco del sito è un menu, basta “chiamarlo” col nome giusto (usando il tag <nav> invece di un semplice <div>) e voilà! Il menù è accessibile e facilmente navigabile, anche da tastiera.
Certo, altri punti della lista possono essere delegati anche a chi tecnico non è, come i testi alternativi delle immagini, ma con la corretta formazione da parte di chi ne sa (o chi, come noi, lo sta studiando) anche questo problema è superabile.

L’accessibilità si progetta, non si attiva
Se ci pensate, anche al cinema o nelle serie TV, si percepisce chiaramente quando un contenuto è studiato per lavorare sull’inclusione e quando è solo appiccicata sopra.
Con i siti web succede la stessa cosa.
Un’esperienza accessibile non è fatta di badge, toolbar o overlay.
È fatta di scelte progettuali: struttura, chiarezza, linguaggio, navigazione, attenzione ai dettagli.
E, forse, è proprio questo il punto.
I siti accessibili devono solo essere chiari, semplici da usare e capaci di non mettere inutilmente in difficoltà le persone. Che poi, a pensarci bene, è più o meno quello che dovrebbe fare qualsiasi sito web.
